Diritto alla disconnessione, ferie, lavoro flessibile e uso dei canali istituzionali: una riflessione organizzativa
Al Rettore,
Al Prorettore,
Al Direttore Generale,
Al Direttore Generale in pectore,
Al Personale T.A.,
in pieno spirito natalizio, condividiamo una riflessione di carattere organizzativo, maturata nel tempo e riscontrabile atavicamente nella nostra Università.
È principio pacifico che le ferie, i riposi e le assenze autorizzate costituiscano un diritto irrinunciabile del personale, riconosciuto sul piano normativo, contrattuale e regolamentare, nonché coerente con il diritto alla disconnessione, oggi sempre più centrale nei modelli organizzativi complessi. Al di là del dato giuridico, tuttavia, il tema investe una dimensione più profonda, che riguarda il buonsenso organizzativo, la sostenibilità del lavoro nel medio-lungo periodo e la qualità delle relazioni professionali all’interno delle Strutture.
Nella prassi quotidiana del nostro Ateneo accade non di rado che il personale tecnico-amministrativo venga contattato durante periodi di ferie, nei fine settimana, nei giorni festivi o comunque al di fuori dell’orario di servizio, spesso attraverso una molteplicità di canali informali. In molti casi ciò avviene senza una reale urgenza, ma con una aspettativa implicita di risposta, talvolta immediata. È altrettanto vero che, per spirito di collaborazione e senso di responsabilità, può capitare occasionalmente di fornire un supporto anche al di fuori del servizio, soprattutto in situazioni eccezionali; tuttavia, quando tali dinamiche si ripetono nel tempo, esse rischiano di trasformarsi in una prassi non scritta che finisce per alterare l’equilibrio organizzativo.
Un aspetto particolarmente delicato riguarda il messaggio culturale che, spesso in modo involontario, si finisce per veicolare: la disponibilità costante, h24 e 365 giorni l’anno, anche quando frutto di una scelta personale, tende a diventare un parametro informale di affidabilità o impegno, mentre chi rispetta correttamente orari, ferie e strumenti istituzionali rischia di apparire meno collaborativo. Si tratta di una distorsione che non solo è ingiusta, ma anche inefficiente, perché spesso chi lavora in modo strutturato e concentrato durante l’orario di servizio garantisce risultati migliori rispetto a chi diluisce il lavoro in una reperibilità continua.
Queste dinamiche producono effetti organizzativi non trascurabili: generano aspettative implicite, alimentano una pressione costante, penalizzano chi opera correttamente e colpiscono in modo particolare le figure più esposte o meno tutelate, come giovani ricercatori, assegnisti, borsisti, personale a tempo determinato, PTA non "protetti" sindacalmente e così via, che possono sentirsi obbligati a una disponibilità permanente per timore di ricadute relazionali o professionali. Analoghe criticità possono riflettersi, come poco sopra si anticipava, anche sul personale tecnico-amministrativo, contribuendo a un clima lavorativo poco sostenibile nel lungo periodo.
In tale contesto appare sempre più necessario rafforzare una cornice organizzativa chiara e condivisa, fondata sulla valorizzazione dei canali ufficiali e sull’uso coerente degli strumenti già messi a disposizione dall’Ateneo. L’e-mail istituzionale, l’utenza telefonica di servizio e, soprattutto, Microsoft Teams come unico strumento di messaggistica aziendale – comprensivo di chat, chiamate e videocall – consentono già oggi di garantire tracciabilità, trasparenza, conoscenza dello stato di presenza e una comunicazione ordinata. Parallelamente, l’uso di canali privati per comunicazioni di servizio, come le utenze personali di messaggistica istantanea, rischia di confondere i piani tra sfera lavorativa e privata e di alimentare aspettative improprie.
In un’ottica di facilitazione organizzativa e di maggiore trasparenza, possono inoltre essere utili strumenti informativi standardizzati per rendere note le assenze programmate, nel rispetto della privacy, così da consentire una migliore pianificazione delle attività e delle richieste di supporto, senza gravare sulla disponibilità individuale al di fuori del servizio.
In questo quadro è fondamentale operare una distinzione netta e non equivocabile tra il tema delle ferie e delle assenze autorizzate, da un lato, e quello del lavoro flessibile, del lavoro da remoto e del lavoro agile, dall’altro. Il lavoro agile, in particolare, è regolato da accordi specifici ed è fondato su una logica per obiettivi, all’interno della quale possono essere previste fasce di contattabilità o di reperibilità, anche telefonica, nonché modalità di gestione di eventuali urgenze. Tali elementi, tuttavia, sono parte integrante di una disciplina distinta e non possono in alcun modo essere estesi, per analogia o consuetudine, ai periodi di ferie, riposo o assenza dal servizio. Confondere questi piani o considerarli come comunicanti rischia di svuotare di significato il diritto alla disconnessione e di creare sovrapposizioni improprie che finiscono per danneggiare tanto le persone quanto l’organizzazione.
Ribadire con chiarezza questa distinzione non significa limitare la collaborazione, né irrigidire i rapporti professionali, ma al contrario contribuire a un modello di lavoro più equilibrato, sostenibile ed efficiente, nel quale il rispetto dei tempi di lavoro e di riposo diventa parte integrante della qualità del servizio reso dall’Istituzione.
È altresì opportuno precisare che il presente richiamo non intende in alcun modo sindacare le scelte individuali dei colleghi del personale tecnico-amministrativo che, per convinzione personale o per senso di responsabilità, decidano di rispondere o di lavorare anche al di fuori dell’orario di servizio, nei fine settimana o nei giorni festivi.
È tuttavia necessario distinguere con chiarezza piani profondamente diversi: da un lato, vi sono situazioni nelle quali tale disponibilità è resa di fatto necessaria da carenze strutturali di personale, da insufficienze organizzative o da contesti oggettivamente sotto-dimensionati, che finiscono per gravare sulle singole persone; dall’altro lato, vi è una cultura del lavoro improntata a una disponibilità permanente e totalizzante, talvolta presentata come valore in sé, che rischia di normalizzare l’idea che il lavoro debba occupare ogni spazio della vita individuale.
Il lavoro è senza dubbio un elemento centrale della dignità della persona, nobilita, crea relazioni, può generare collaborazione autentica e, in alcuni casi, anche rapporti umani profondi che vanno oltre il perimetro strettamente professionale. Non vi è contraddizione, dunque, nel riconoscere che nei luoghi di lavoro possano nascere legami sinceri e duraturi. Proprio per questo, tuttavia, appare fondamentale ribadire che la dimensione lavorativa non può e non deve assorbire integralmente la vita delle persone, né diventare misura esclusiva del loro valore o della loro dedizione.
Un’organizzazione sana è quella che riconosce che si "lavora per vivere", e non si "vive per lavorare"; che tutela il tempo del lavoro così come il tempo della vita privata, degli affetti, delle relazioni familiari e personali. Trascurare questo equilibrio non solo incide negativamente sul benessere individuale, ma rischia di intaccare anche la qualità del lavoro stesso e la dignità delle persone che lo svolgono.
Ribadire tali principi significa, in ultima analisi, affermare una visione del lavoro rispettosa, umana e sostenibile, coerente con i valori di una moderna Amministrazione Pubblica e di una Comunità universitaria consapevole del proprio ruolo sociale.
Non potevamo non concludere augurando a tutte e tutti, Buon Natale.
Un Gruppo di dipendenti UNISA