"Macro Dipartimenti": proposta di razionalizzazione delle strutture dipartimentali
Alla Governance rettorale,
e p.c. al PTA,
nell’avvicinarsi del nuovo corso di governo dell’Ateneo, ci permettiamo di sottoporre alla Vostra attenzione una riflessione che nasce da un’analisi laica e disincantata dell’assetto dipartimentale, con particolare riguardo ad alcune criticità ormai evidenti e documentate anche nei piani strategici di Ateneo.
La normativa, come noto, prevede soglie minime di Docenti e Ricercatori per la costituzione dei Dipartimenti; tali soglie, seppur formalmente rispettate, non bastano da sole a garantire l’efficienza economica, la sostenibilità didattica e la competitività della ricerca. Si rileva la tendenza ad un proliferare di strutture di piccola dimensione, nate spesso per ragioni politiche o di rappresentanza disciplinare più che per logiche di sistema.
Questa "moltiplicazione dei pani e dei pesci" ha però costi concreti:
- Costi fissi moltiplicati (organi, segreterie, commissioni, logistica);
- Economie di scala compromesse, con minore capacità di attrarre fondi competitivi e di incidere nei ranking;
- Duplicazioni burocratiche, che appesantiscono il lavoro del personale tecnico-amministrativo;
- Sostenibilità didattica fragile, con pochi docenti caricati di troppi compiti e corsi che, pur formalmente esistenti, registrano iscrizioni ridotte.
Nel nostro Ateneo, per cercare di superare tali criticità, sono stati introdotti i distretti diversi anni fa i quali, nonostante siano tentativi di armonizzare e compensare queste frammentazioni, restano un correttivo parziale, che rischia di aggiungere, paradossalmente, un ulteriore livello burocratico senza incidere sulle radici del problema.
La rappresentatività interdisciplinare è un patrimonio fondamentale di qualsiasi Ateneo ma, ad ogni modo, è doverosa una pragmatica visione collettiva: un'Università è una Comunità in cui il benessere deve essere pensato in ottica sistemica, perché le spese e le inefficienze ricadono non solo sui bilanci, ma anche sugli Studenti, sul Personale T.A. e, paradossalmente, anche sui Docenti e Ricercatori.
In questo quadro, all’Università di Salerno emergono con chiarezza due dipartimenti particolarmente sofferenti:
1. Il Dipartimento di Matematica, che per numerosità studentesca e massa critica potrebbe trovare naturale sinergia con il Dipartimento di Informatica, in un unico Dipartimento di Scienze Informatiche e Matematiche rafforzando entrambi i poli riducendo la frammentazione;
2. Il Dipartimento di Sociologia, nato nel 2019 fondamentalmente per un solo corso di laurea e oggi, nonostante l’apparente moltiplicazione dei corsi di studio, è caratterizzato da iscrizioni cronicamente ridottissime non avendo nessun senso di esistere.
Al tempo stesso, è giusto sottolineare che non tutti i dipartimenti di dimensioni contenute presentano le stesse criticità. Esistono realtà come il Dipartimento di Fisica o quello di Chimica, che pur non essendo tra i più grandi, hanno una forte identità storica, una specificità scientifica riconosciuta e una tradizione consolidata che giustifica pienamente la loro esistenza autonoma. In questi casi, la dimensione ridotta è bilanciata da una vocazione disciplinare chiara, da una continuità storica e da un contributo distintivo al prestigio complessivo dell’Ateneo.
Il Piano Strategico 2022–2026 di Ateneo offre diversi elementi che confermano questa analisi:
- evidenzia squilibri significativi nella distribuzione degli iscritti tra i 17 dipartimenti, segnalando già in sede ufficiale la difficoltà di alcune strutture a garantire massa critica e attrattività;
- pone tra gli obiettivi centrali l’incremento della competitività dei corsi e la crescita del numero di immatricolati, traguardi difficilmente raggiungibili da dipartimenti con iscrizioni esigue e scarsamente attrattivi;
- insiste sulla necessità di potenziare la capacità di attrarre fondi competitivi, costituire spin-off, depositare brevetti: obiettivi che richiedono massa critica, interdisciplinarità e strutture robuste, non "micro-feudi" accademici;
- ribadisce l’impegno alla digitalizzazione e semplificazione amministrativa, che non può che trarre beneficio da una razionalizzazione delle strutture, riducendo duplicazioni e alleggerendo il carico del personale TA.
In questa prospettiva, i rilievi del Collegio dei Revisori dei Conti al Bilancio Preventivo 2025 offrono una conferma tecnica: il peso crescente delle spese fisse e la necessità di sostenibilità rafforzano l’urgenza di una razionalizzazione delle strutture. La riduzione di duplicazioni e frammentazioni non è quindi solo un atto di buon governo, ma una condizione indispensabile per garantire equilibrio finanziario e futuro sviluppo dell’Ateneo incidendo in maniera diretta sulla capacità dell’Università di governare in modo più equilibrato l'Ateneo liberando risorse oggi imbrigliate in duplicazioni e inefficienze; riducendo la frammentazione, si riducono le rigidità organizzative e diventa possibile redistribuire con maggiore equità e trasparenza i carichi, aumentando pure motivazione e benessere lavorativo.
Un ulteriore elemento che non può essere taciuto riguarda il fatto che la moltiplicazione dei dipartimenti, oltre a generare inefficienze organizzative ed economiche, spesso ingenerano dei veri e propri serbatoi politico-elettorali sia in una parte della Docenza e della Ricerca nonché in alcune componenti del personale tecnico-amministrativo con inevitabili ricadute anche di natura sindacale: è notorio, infatti, che in uno dei due dipartimenti succitati insiste una unità di personale T.A. dirigente sindacale di lungo corso della sigla dominante in Ateneo, una sorta di vero e proprio "ras".
Or bene, una razionalizzazione forte e decisa delle strutture dipartimentali avrebbe, quindi, anche il merito di ridurre al minimo la possibilità che logiche di rappresentanza corporativa o di potere interno prevalgano sull’interesse generale dell’Ateneo, restituendo equilibrio e trasparenza alla vita universitaria.
Occorre, pertanto, un coraggio diverso: superare una logica corporativa che difende "micro-feudi" accademici e ragionare in termini di massa critica, efficienza e futuro collettivo. Ciò non significa cancellare identità disciplinari, ma inserirle in strutture più robuste, capaci di competere, attrarre fondi e valorizzare il lavoro di tutti andando nel solco dei "macro dipartimenti".
Proprio per evitare che la questione venga rinviata sine die, riteniamo che la razionalizzazione dei dipartimenti e dei distretti debba essere affrontata subito e con decisione; un rinvio prolungato avrebbe come unico effetto quello di garantire un salvacondotto a nuove cariche dipartimentali, consentendo loro di consolidare posizioni e potere vanificando di fatto qualsiasi progetto di riforma.
Qualora questa tematica dovesse essere utilizzata in modo strumentale da parte di qualcuno per generare remore nel personale tecnico-amministrativo, è giusto chiarire e tranquillizzare. In caso di razionalizzazione, infatti, le unità di personale verrebbero semplicemente riassegnate senza contare che verrebbe avviato un dialogo serio, trasparente e leale con i dipendenti, che rappresenterebbe un’occasione unica per ridefinire le assegnazioni con criteri condivisi e costruttivi. Ciò sarebbe radicalmente diverso da quanto accaduto negli ultimi anni, quando i trasferimenti sono stati talvolta imposti in maniera improvvisa e brusca, spesso "dalla sera alla mattina", coinvolgendo non solo neoassunti ma anche personale di lunga esperienza. Una vera riforma, dunque, sarebbe una garanzia di maggiore equità, ascolto e rispetto.
È importante chiarire che questa riflessione non intende in alcun modo sminuire il valore dei tanti Docenti e Ricercatori - la gran parte persone serie, competenti e di grande correttezza professionale - che operano non solo nei due dipartimenti citati, ma anche in altre Strutture dell’Ateneo: le nostre osservazioni riguardano, infatti, un modello organizzativo che, frammentando le risorse, genera paradossi gestionali assistendo a Dipartimenti con budget così esigui da rendere difficile persino l’acquisto di materiale quotidiano di base o licenze software per gli Studenti mentre, di contro, si continuano a destinare fondi dalla dubbia utilità collettiva.
Da qui la domanda, inevitabile e spontanea, sul senso di protrarre un vero e proprio "accanimento terapeutico" istituzionale.
La nostra è una prospettiva laica, non sindacale, non corporativa, non giudicante: guardiamo al bene comune dell’Ateneo e crediamo che la nuova legislatura rettorale abbia la straordinaria opportunità di segnare una discontinuità, avviando una stagione di razionalizzazione e trasparenza. Una stagione in cui ogni euro risparmiato dall’efficientamento possa diventare un investimento in didattica, ricerca, welfare del personale, borse per studenti e innovazione a beneficio di tutta la nostra Comunità.
Crediamo che occorra dare un segnale netto, coraggioso finanche audace: l’Ateneo non può più permettersi di disperdere energie per mantenere in vita strutture che non rispondono a criteri di efficienza e sostenibilità.
Confidiamo che questa riflessione possa essere accolta come contributo costruttivo, mosso da spirito di appartenenza e responsabilità verso l’Università di Salerno.
Un gruppo di dipendenti UNISA