revisione del Regolamento di Ateneo sui compensi professionali legali Rep. n. 12967/2019
Al Rettore,
Al Prorettore,
Al Delegato del Rettore Trasparenza e Anticorruzione,
Al Direttore Generale,
Al Responsabile della Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza,
e p.c.
al PTAB,
si richiamano le osservazioni formulate nella nostra lettera del 29.08.2025 sulla necessità di inaugurare una nuova politica di gestione del contenzioso di Ateneo.
Quelle considerazioni assumono particolare rilievo se lette congiuntamente all’attuale Regolamento per il riconoscimento di compensi professionali spettanti agli Avvocati interni di Ateneo.
Il vigente Regolamento, infatti, pur pienamente legittimo e coerente con l'art. 9 del D.L. 90/2014, reca una disposizione marcatamente ampliativa: il compenso professionale matura entro una nozione assai estesa di «provvedimento favorevole». Poiché tale compenso è riconosciuto soltanto a fronte di un esito giudiziale favorevole — e mai a fronte di una definizione conciliativa o preventiva della lite — il sistema, nel suo funzionamento oggettivo e a prescindere da ogni intenzione, non è neutrale rispetto alla scelta tra comporre e contendere: al margine, disincentiva la soluzione stragiudiziale e favorisce l'incardinamento e la prosecuzione del giudizio. È precisamente il fenomeno che la nostra precedente nota segnala, laddove si descrivono contenziosi percepiti come «macchina a orologeria» più che come extrema ratio.
Una disciplina così estesa, soprattutto quando consente il riconoscimento di compensi anche nei casi di spese integralmente o parzialmente compensate, rischia oggettivamente di determinare un disallineamento tra l’interesse generale dell’Università alla prevenzione e alla sollecita composizione dei conflitti e il sistema economico collegato alla gestione del contenzioso già instaurato.
Il punto non riguarda le intenzioni o la condotta dei singoli professionisti, ma la struttura del sistema: il lavoro che evita una controversia, favorisce l’autotutela o conduce a una soluzione anticipata non riceve una valorizzazione equivalente a quella riconosciuta alla causa promossa o resistita sino alla sua definizione. Ne può derivare, anche solo indirettamente, un incentivo alla litigiosità e alla prosecuzione dei giudizi, anziché alla loro prevenzione quale espressione di buon andamento, economicità ed efficienza amministrativa.
A ciò si aggiungono ulteriori criticità: l’assenza di criteri regolamentari trasparenti per l’assegnazione delle cause; il riparto paritario dei compensi tra i professionisti formalmente incaricati, senza parametri analitici riferiti all’attività effettivamente svolta; la mancata previsione di indicatori misurabili di rendimento individuale; l’assenza di una verifica autonoma circa l’effettiva utilità sostanziale dell’esito processuale; la necessità di rafforzare la separazione tra proposta di liquidazione, controllo amministrativo-contabile e decisione finale.
Un provvedimento processuale favorevole per ragioni esclusivamente formali, infatti, non dimostra necessariamente la correttezza sostanziale dell’atto o del comportamento amministrativo che ha originato il conflitto, né consente di stabilire se la controversia avrebbe potuto essere evitata mediante ascolto, autotutela, conciliazione o una più ponderata valutazione iniziale.
Particolare attenzione merita il contenzioso con il personale interno (Docenti, Ricercatori e PTAB).
In tali controversie possono oggettivamente svilupparsi situazioni di incompatibilità, conflitti anche solo potenziali, condizionamenti ambientali o rapporti di acredine destinati a protrarsi oltre la conclusione del giudizio, incidendo sul clima organizzativo e sulla serenità delle relazioni lavorative.
Si propone pertanto l’introduzione di una regola generale secondo cui, nelle controversie promosse da dipendenti dell’Ateneo o comunque direttamente riguardanti rapporti di lavoro interni, gli Avvocati di Ateneo si astengano dal patrocinio, salvo eccezionali e motivate ragioni da attestare formalmente.
In tali casi, contemperando l’esigenza di contenimento della spesa con i principi di imparzialità, buon andamento ed efficienza, la difesa dovrebbe essere affidata prioritariamente all’Avvocatura dello Stato e, ove necessario per ragioni di specializzazione, incompatibilità o indisponibilità, a professionisti del libero foro individuati mediante procedure trasparenti, comparative e adeguatamente motivate.
La proposta, pertanto, risponde a una duplice ragione. Sul piano sostanziale, previene le situazioni di conflitto di interessi, anche solo potenziale, e le comprensibili tensioni personali che possono insorgere quando difensore e controparte appartengono alla stessa Comunità lavorativa: e ciò a tutela, prima ancora che dell'Amministrazione, della serenità e dell'autonomia tecnica degli stessi colleghi — quell'analisi «laica e rigorosa» che la nostra nota di agosto giustamente reclamava. Sul piano dell'immagine, restituisce all'azione difensiva dell'Ateneo una terzietà percepibile, rafforzandone la credibilità istituzionale.
Si propone inoltre:
– la revisione della nozione regolamentare di “esito favorevole”, limitandola a risultati concreti, stabili e sostanzialmente utili per l’Ateneo, soprattutto in ordine al passaggio in giudicato dei rispettivi provvedimenti;
– l’introduzione di una valutazione preventiva obbligatoria sulla possibilità di autotutela, conciliazione o definizione stragiudiziale;
- l'esplicita previsione del tetto individuale annuo (art. 9, comma 7) e del limite di stanziamento (art. 9, comma 6), presìdi inderogabili di finanza pubblica;
– la tracciabilità delle ragioni per le quali si decide di promuovere o resistere in giudizio;
– la definizione di criteri oggettivi per l’assegnazione degli incarichi e per il riparto dei compensi;
– la pubblicazione annuale, in forma aggregata, dei dati relativi a numero, tipologia, costi ed esiti delle controversie, distinguendo i compensi agli avvocati interni, gli incarichi esterni, le somme recuperate e quelle sostenute dal bilancio;
– l’istituzione di una funzione di monitoraggio indipendente, capace di individuare le strutture e le prassi dalle quali originano contenziosi ripetitivi.
La revisione proposta consentirebbe di superare un modello prevalentemente orientato alla gestione e alla remunerazione della lite già instaurata, per affermare una politica nella quale il contenzioso rappresenti realmente l’extrema ratio e nella quale il miglior risultato per l’Ateneo sia la corretta prevenzione del conflitto, non la sola vittoria processuale.
Nel manifestare il pieno rispetto personale e professionale delle unità di personale preposte, tali considerazioni sono sottoposte esclusivamente sul piano ordinamentale e nell’interesse superiore dell’Università, affinché trasparenza, imparzialità, indipendenza tecnica e uso responsabile delle risorse pubbliche divengano elementi effettivi e verificabili della nuova politica di gestione del contenzioso.
Un Gruppo di dipendenti de "La Voce del Campus"