Al Rettore,
Al Personale TAB,
Caro Vasco,
desideriamo anzitutto dire: Grazie.
Grazie all'Università degli Studi di Salerno, perché quanto è accaduto oggi pomeriggio nell'Aula Magna "Vincenzo Buonocore" non è stato soltanto il conferimento di un titolo accademico: è stato un regalo fatto alla Comunità. E grazie a Vasco Rossi, non (solo) per essere venuto, ma per le parole che ha scelto di lasciarci.
Hai detto, Caro Vasco, che quando una canzone entra nella vita degli altri non appartiene più soltanto a chi l'ha scritta. Vale anche per una lectio: da questo pomeriggio quelle parole hanno cominciato a vivere in chi le ha ascoltate. Proviamo a dire quali, a nostro avviso, meritano di restare.
La prima è l'idea che la politica non sia soltanto quella «dei palazzi, delle elezioni e dei programmi», ma anche il modo in cui una società decide chi ascoltare, chi proteggere e chi lasciare ai margini. Pronunciata dentro un'Università, quella definizione smette di riguardare la società in generale e comincia a riguardare un'Istituzione precisa: chi partecipa alla formazione delle decisioni, quali voci vengono ascoltate, quali domande riescono a emergere prima che tutto appaia già deciso. Non è un'accusa. È una domanda. E un'Università, per sua natura, non dovrebbe mai avere paura delle domande.
La seconda è ancora più impegnativa: una canzone può «dare voce a un disagio prima ancora che quel disagio trovi le parole per diventare una richiesta collettiva». È il riconoscimento di uno spazio che non toglie nulla a nessuno. Viene prima delle sedi formali e non le sostituisce; non pretende di decidere, ma rende visibile ciò che merita di essere discusso. Un'Istituzione che lascia esistere quello spazio non si indebolisce: si informa prima.
Poi ci sono le due frasi che più ci hanno colpito, e che sono forse le più esigenti dell'intera lectio. «Non ho mai pensato di avere la verità in tasca.» E: «Essere ascoltati non significa avere sempre ragione.» Dicono che il diritto di parlare non certifica la ragione di chi parla. Una Comunità matura è quella in cui si può discutere, confutare, correggere e perfino sbagliare senza che una voce critica diventi automaticamente una voce nemica.
Allo stesso modo ci ha colpito il richiamo alla responsabilità: ogni parola costruisce un clima, e anche il silenzio comunica. Vale per tutti. Per chi governa e per chi critica. Per una comunicazione istituzionale e per una lettera aperta. Per una risposta data e, talvolta, anche per una risposta che non arriva. È il principio al quale sentiamo di doverci misurare noi per primi.
Hai detto anche che la ribellione non è soltanto dire di no, ma rifiutare le parole già confezionate, le identità imposte e le risposte facili. Se questa è la definizione, allora critica e lealtà istituzionale smettono di essere opposte. Chiedere un dato, domandare trasparenza, proporre una procedura diversa, interrogare una consuetudine non significa contrapporsi all'Istituzione: può significare prenderla abbastanza sul serio da credere che possa ancora migliorare. «Si è sempre fatto così» non dovrebbe mai essere l'ultima risposta di un'Università e, per estensione, di una qualsiasi Comunità realmente aperta.
C'è infine la tua sorpresa per un titolo conferito all'unanimità a chi è stato spesso considerato divisivo, e il ringraziamento a chi ha saputo guardare oltre etichette e pregiudizi. È forse la lezione più utile della giornata, e riguarda tutti noi membri di questa Comunità UNISA: le comunità davvero pluraliste non sono quelle in cui si pensa allo stesso modo, ma quelle in cui si può appartenere alla stessa Istituzione senza rinunciare alla propria voce.
Il 1° luglio 2025, al termine di una stagione elettorale intensa che vide vincitore proprio l'attuale Rettore Virgilio D'Antonio, scrivemmo una lettera intitolata «Ritrovare Speranza, custodire coerenza», scegliendo l'immagine di Andy Dufresne che, nel film "Le ali della libertà", fa risuonare Mozart in tutto il carcere. Oggi ti abbiamo sentito dire che una canzone può «aprire una crepa nel muro dell'indifferenza» e far capire «che un problema esiste e che non siamo obbligati ad accettarlo in silenzio». È difficile non vedere un filo fra quelle due immagini. A suo tempo parlavamo di Speranza; oggi comprendiamo meglio che la Speranza, per non ridursi a una parola, ha bisogno di coerenza: quella di continuare ad ascoltare quando la cerimonia è finita.
Con questa lettera non chiediamo nulla. Ringraziamo.
E ti diciamo, Caro Vasco, una cosa che forse dal palco non si vedeva. La definizione di politica che hai dato non è, qui, un'astrazione: è una domanda viva, su cui in questo Ateneo si discute da tempo. Averla sentita pronunciare in Aula Magna, in toga, davanti agli Organi che quel titolo hanno votato all'unanimità, è esattamente il regalo di cui parlavamo all'inizio.
Resta da fare la cosa più difficile, che non dipende da Te, Caro Vasco, e nemmeno da una giornata come questa: prendere quelle parole sul serio, quando nessuno le sta più ascoltando. A cominciare da noi.
Un Gruppo di dipendenti UNISA de "La Voce del Campus"